Invito al Microblogging Prospettico

Maggio 29, 2008

Per chi non lo conoscesse, il microblogging non è altro che una versione “micro” del blogging. Fare blogging significa pubblicare articoletti in un sito; gli articoletti si chiamano post, il sito si chiama blog. Caratteristica del blog è che gli articoli possono essere commentati dai lettori. Pertanto un blog è un miscuglio tra un sito giornalistico in forma di diario e un forum. Fino a qui penso di aver detto cose note, ma cosa succede quando un blog diventa un microblog? La risposta è: non so, ma penso possa essere interessante. Scrivo questo post (sì, perchè anche Giardino Pitagorico è un blog) a fini “socialaboratoriali”, per proporre a voi ed esplorare possibili configurazioni d’uso del web.

I colossi del microblogging sono Jaiku, ma soprattutto Twitter. Manco a dirlo, mi trovate in entrambi, qui e qui. In entrambi ogni post è limitato a 140 caratteri, un vincolo creativo che piace tanto a Merlin Mann (e anche a me). Su Twitter di solito la richiesta implicita è rispondere alla domanda: cosa stai facendo in questo momento? La cosa sottolinea una certa dinamicità, anche perchè si può rispondere anche, oltre che dal vostro PC, da un Instant Messenger, piuttosto che dal cellulare (e ovviamente anche da un palmare connesso, visto che esiste la versione mobile). Su Jaiku si può scrivere quello che si vuole, anche se sono in molti a scrivere su Jaiku cosa stanno facendo, e su Twitter tutt’altri contenuti. Ma sto divagando. La cosa che ci interessa è che tutti quelli che vogliamo possono sapere quello che stiamo facendo, pensando e considerando nell’istante in cui lo facciamo, pensiamo e consideriamo, con vari livelli di privacy e reciprocità determinabili nella sezione settings.

Ora, questo post è un invito. Da qualche tempo sto pigolando da Jaiku, ma soprattutto da Twitter (al quale mi riferirò da ora in poi come standard), e devo dire che la cosa mi solletica. Ho molti amici con i quali scambio battute, e mi chiedo: se questi amici fossero non tanto più numerosi, quanto più attinenti - in primis da un punto di vista strettamente territoriale, oltre che motivazionale - alle cose che faccio, che utilità aggiuntiva si creerebbe per loro e per me? Secondo me una notevole utilità.

Capita spesso di telefonare a una certa persona per sapere dov’è, cosa sta facendo in quel momento, cosa sta pensando, e via discorrendo. Per quel che mi riguarda ritengo che questo uso microinvasivo delle comunicazioni mobili sia non tanto una violazione della privacy, quanto piuttosto una modalità non ottimizzata di interessamento. Con Twitter è la persona stessa a comunicare alla sua personale comunità i contenuti di cui sopra, scegliendo cosa dire e quando dirlo.

Supponiamo che io voglia chiedere qualcosa a un numero notevole di persone. Con Twitter questa cosa avviene in modo del tutto naturale. Faccio una domanda a tutti (uso il tag “@all”), e probabilmente qualcuno mi darà una risposta. Faccio notare che Twitter ha degli ottimi sistemi di notifica via mail, impostabili a piacimento.

Volendo diffondere rapidamente un invito, una segnalazione, un’idea, Twitter offre certamente la piattaforma ideale. Basta scrivere qualche battuta e riportare, per esempio, il link a un certo contenuto web.

Finché questa comunicazione avviene tra sconosciuti, chiaramente stiamo parlando di una socializzazione virtuale. Da un punto di vista relazionale, il rapporto che ho con Lara di Campodarsego (Padova) e Betty (Polonia) è esattamente lo stesso: le ho conosciute sul web, e sul web sono rimaste. Ovviamente non è sempre così, ma ritengo che i fattori di incontro tra persone siano del tutto estranei rispetto agli strumenti che consentono una prima connessione tra loro. Ben altra cosa sarebbe se a “bloggare” e “twittare” fosse Valentina, sempre di Campodarsego, ma conosciuta in carne ed ossa attraverso i classici canali delle amicizie medianti. (Da considerare che Valentina ha un sito MySpace, a quanto pare non molto utilizzato. Phil è presente in rete, Valentina pure, ma in rete sostanzialmente non comunicano, un dettaglio che dovrebbe farci riflettere molto sulla natura fenomenologica del web in ambito sociale e comportamentale.)

Il web è uno strumento. Come tale è strumentale a qualcosa. Questo qualcosa è secondo me il campo dell’esistenza e relazionalità entro il nostro territorio di riferimento (che può essere grande a piacimento, ma è in ogni caso finito e tendenzialmente determinato). Aggiungere Twitter al territorio significa potenziare il territorio. Che ne dite? Facciamo un esperimento?


Semplificare il GTD e Oltre

Maggio 25, 2008

Da qualche tempo, sull’onda delle mode, ma ancor più della mediazione culturale da parte di Merlin Mann, sono diventato un seguace del sistema organizzativo personale chiamato GTD (Getting Things Done), ideato da David Allen ed esposto nel suo omonimo libro. L’idea di fondo del sistema è piuttosto semplice e precisa: bisogna separare la mente che elabora dalla mente che stiva informazione. Per far questo Allen consiglia la cosa più semplice: scrivere. Un foglietto volante è un oggetto individuabile, che in definitiva deve essere banalmente riposto in luoghi dove lo si possa ritrovare. Senza stare tanto a riassumere il libro di Allen (lo trovate in libreria nell’edizione italiana intitolata Detto fatto!), vorrei qui esporvi - ed esporre a me stesso, cosa che non guasta mai - una versione semplificata del metodo.

Scrivere Sempre, Scrivere Ovunque - Io faccio molte cose. Non potrei non fare molte cose, e in ogni caso la contemporaneità impone una certa capacità di organizzare articolazioni complesse di informazioni e cose da fare. Per questo giro sempre con carta e penna. Nello specifico, utilizzo un miniquaderno Pigna serie Monocromo, che nel suo formato piccolo ma non microbico (A6). Questo strumento l’ho chiamato Global Journal. Lo organizzo nel modo più semplice possibile: a inizio giornata metto la data, e da lì in poi scrivo tutte le cose da fare e tutte le informazioni prese al volo mentre sono in movimento. L’unico metasimbolo che uso è l’asterisco. Tutto ciò che ha un asterisco è una cosa da fare. Tutto ciò che non ha l’asterisco è un’informazione generica da porre in evidenza.

Tutti i Miei Inbox - Quello che conosciamo tutti è l’inbox della posta elettronica, ma è ovvio che, compreso il concetto, i nostri inbox sono molti di più, e in generale ben più fisici. A parte appunto quello della posta elettronica, il mio inbox è una cassettiera portadocumenti di plastica grigia formato A4. Il primo cassetto è l’inbox in quanto tale: qui faccio confluire tutte le cose che non sono state ancora identificate nella loro funzione. Nel secondo cassetto pongo invece tutti quei documenti che alludono ad azioni specifiche già individuate. Il terzo cassetto è quello dedicato a tutti quei documenti che non hanno ancora definito alcuna azione specifica, ma che per varie ragioni vorrei avere sotto mano (potrebbe essere etichettata con l’espressione “in evidenza”). L’ultimo cassetto è il cosiddetto outbox, cioè quel contenitore dedicato a documenti la cui implementazione è data unicamente dallo stivaggio in altri contenitori per consultazioni future. In generale questo tipo di inbox potrebbe essere definito “organizzativo”, essendo allestito ad hoc per ragioni, appunto, organizzative. Di fatto i miei e i vostri inbox sono molti di più. Se ci pensiamo, è un inbox qualsiasi contenitore il cui “svuotamento ragionato” a intervalli ragionevolmente periodici costituisce fonte di utilità. Appartengono certamente a questa categoria il bagagliaio e i vari cassetti dell’automobile (che nel mio caso si riempiono con una facilità incredibile), le tasche di giacche e cappotti, borse, borsette, ulteriori cassettiere nel nostro ufficio, scatole e sezioni di spazio variamente individuabili. Non potendo eliminare questi “naturali luoghi di accumulazione”, l’unico modo è di definirli - potete creare, come ho fatto io, un file di testo nel vostro computer denominato listainboxglobali.txt - e passarli in rassegna periodicamente, magari aggiungendo un promemoria asteriscato nel vostro Global Journal. La regola di utilizzo degli inbox si esprime in un’espressione semplice: Inbox Zero; si tratta di implementare tutto ciò che è nell’inbox, svuotandolo.

Dove Collezionare i Dati (Cartacei) - David Allen suggerisce uno schedario alfabetico contenente cartelline semplici. Io utilizzo un sistema molto più semplice. Le mie cartelline non sono altro che buste a sacco trasparenti, leggermente più grandi del formato A4 (circa 22 per 30 centimetri), il cui primo foglio stivato consiste in un cartoncino colorato (giallo) con scritto il titolo della cartellina stessa. Ogni volta che aggiungo una cartellina, aggiorno un file di testo nel mio PC, intitolato listacartelline.txt e ordinato alfabeticamente. Tutte le cartelline sono fisicamente stivate in una scatola grande comprata da IKEA. Ho notato che non servono specifiche strutture di ordinamento alfabetico nella scatola: se so che la cartellina è lì ci metto in ogni caso poco a cercarla. Ovviamente, se le vostre cartelline iniziano ad essere oltre la cinquantina, vi consiglio uno schedario alfabetico esattamente come propone Allen. Per quantità più ingenti di fogli, piuttosto che per materiali voluminosi (es. riviste, depliants, etc…) uso delle cartelline spesse colorate, etichettabili direttamente sul dorso (e dunque immediatamente identificabili in uno scaffale dedicato).

Dove Collezionare i Dati (Digitali) - La cosa è tautologica: in un personal computer, no? Io uso un notebook. So di persone che viaggiano con interi sistemi operativi in una pendrive. la cosa è interessante, ma trovo più comodo usare il computer e portarmelo dietro, usufruendo di pendrive solo per far viaggiare alcuni dati.

Annotazioni (Digitali) e Organizzazione - Esistono a mio avviso tre livelli di stivaggio dati in ambito organizzativo e produttivo. Il primo è quello dell’informazioni legate ad azioni precise, che si articolano in liste di cose da fare, appuntamenti in agenda, voci di scadenziario, oltre che azioni indirettamente individuate dalla regola Inbox Zero che abbiamo visto prima. Il secondo è quello legato al collezionare dati utilizzabili ora ed eventualmente in futuro, in una modalità che permetta di trovarli con relativa rapidità, siano essi analogici, siano essi digitali. Il terzo è quello che David Allen etichetta con l’espressione May Be Some Day. Ci sono progetti e idee che non hanno una collocazione precisa. Possono essere strutturazioni perfettamente determinate, ma non collocabili in un punto preciso dello spazio e del tempo, piuttosto che idee del tutto nebulose da annotare e rivedere in tempi successivi. Per tutte queste cose io utilizzo il computer, e nello specifico un programma che si chiama Evernote. Funziona come un editor di testo che contiene anche un sistema per stivare ed etichettare l’informazione, il tutto sincronizzabile con un server web per condividere l’informazione con sé stessi ed eventualmente gli altri. (Questo è il sito. Attualmente è in fase beta, e su invito. Per un invito sapete a chi chiedere!) Ogni volta che ho un’idea scrivo un’annotazione in questo software, la etichetto, ci torno, la integro, e così via.

Lo trovo un ottimo sistema. Se vi troverete bene pure voi, fatemelo sapere, eh. Dimenticavo: il wallpaper che vedete a inizio post rappresenta il flusso di lavoro nel GTD; lo trovate nel sito Anabubula.


Chi è Rebecca Campbell?

Maggio 21, 2008

L’iniziativa si chiama Skype Nomad Tour. L’ho conosciuta tramite questo post di Gigi Cogo, dove potete leggere un piccolo dibattito con me presente. Rebecca è una ragazzotta bionda “new hippie based” che viaggia per il mondo pubblicizzando i servizi Skype e facendo beneficienza. Mi dicono che a breve sarà a Venezia, a farsi ospitare da qualcuno. L’idea dovrebbe essere quella di diffondere la cultura del contatto continuo mentre si è in movimento.

Non so. In tutta sincerità questi eventi di marketing mi lasciano un tantino perplesso. Mi sanno di già sentito: le navi da crociera e i pullman per la politica, e adesso queste tipe pagate per il loro bel faccino da studentesse in eterno viaggio, per promuovere roba web al di fuori del web. Per carità, non voglio sparare a zero su di un’iniziativa di cui conosco poco. Dico solo che mi puzza. Magari domani cambio idea. Ma, una domanda: a parte quella ventina di persone che faranno ciao con la manina a questa testimonial belloccia con lo zaino sulle spalle, a parte forse quegli sparuti che tenteranno di introdurre le loro infiorescenze generative nella di lei analoga, mi spiegate il senso ultimo di questo incontro fugace con una perfetta sconosciuta?

– Filippo Albertin, un commento

Il cognome è secondo me tutto un programma. Campbell: da un lato tutti i basecamp, twittercamp e via discorrendo; dall’altro Bell, il cognome dello scopritore del telefono. Non vi puzza? Ma andiamo avanti. A cosa serve il web? A connettere individui per scambiare informazioni e servizi. Il punto è: quali informazioni e quali servizi? Tutte le informazioni e tutti i servizi che possiamo immaginare? Secondo me no. Se faccio prima e meglio, per esempio, ad alzare una cornetta, non vedo perché scegliere di scrivere una mail.

La domanda è: perché queste cose attirano tanto così tanti amanti del web? Cioè, intendiamoci, capisco benissimo che ospitare una bella ragazza straniera non ha nulla di spiacevole! E ci mancherebbe. Ma perché entusiasmarsi tanto nel collegare il social networking ad eventi reali così banali e determinabili in mille altri modi, tendenzialmente avulsi dal web?

Abbozzo una risposta. Molta gente usa il web per generare sistemi autocelebrativi, ovviamente in netto contrasto con la vita reale. L’idea di entrare in contatto empatico e non virtuale con una persona così dinamica ed esteticamente rilevante, il tutto attraverso l’azione di servizi e tecnologie mediate dal web, produce una sorta di sollevazione collettiva, di naturale pulsione a uscire di casa.

Tecnicamente lo strumento di marketing qui usato si chiama buzz, ed è una modalità reale per pubblicizzare messaggi attinenti al virtuale. In questo caso, però, mi pare che la cosa sia un po’ spropositata. Ok, con Skype si riesce a stare in contatto sempre, ma serviva questo giro del mondo in ottanta giorni per dircelo? E poi, siamo sicuri che la cosa funzioni? (Giovanna, tu ne sai qualcosa eh! Il telefonino Skype non è che sia esattamente così versatile.) E a ben vedere, siamo sicuri che essere costantemente reperibili e visibili rispetto alla nostra rete sociale sia il massimo?


Produttività Globale Via Mail

Maggio 4, 2008

Una delle regole principali della produttività consiste nell’individuare i nostri inbox e nello svuotarli. Di fatto, lo stesso termine inbox arriva qui da noi con l’arrivo della posta elettronica, e dunque associare i due concetti è una cosa piuttosto naturale.

Io uso Gmail, che è notoriamente un servizio di email web based. Tuttavia sono tornato ai cari vecchi client, impostando l’account in modo tale da inviarmi le mail tramite POP e mantenere una copia nei server di Google. Come client uso il celebre Mozilla Thunderbird, tra i più versatili ed efficaci.

A parte qualche altro account che utilizzo per lavoro, ho anche un indirizzo aggiuntivo (nel mio caso con Yahoo! Mail) che sfrutto in un modo piuttosto particolare. Ora ve lo spiego.

Ogni volta che voglio ricordarmi di fare una cosa importante, se sono davanti al computer non faccio altro che spedirmi una mail all’indirizzo Yahoo! (che funziona come un box di sola entrata), in modo tale da riceverla sempre nel mio inbox Thunderbird con tutta l’altra posta. Se invece di essere un messaggio si tratta di una pagina web, faccio esattamente lo stesso, ma uso uno specifico bookmarklet di Google che si chiama Share/Email (lo trovate qui); questo mi permette di spedire in automatico un link alla pagina tramite il mio account Gmail. Se avete anche voi un account Google, basta che lo copiate e incollate nel vostro browser, meglio se Firefox.

Tutti i messaggi si raccolgono nell’inbox, e lì rimangono fino a quando non vengono implementati, piuttosto che semplicemente stivati nel caso di informazioni da collezionare. In quest’ultimo caso tornano buoni i folder di Thunderbird, che io uso a profusione per catalogare in modo razionale tutta l’informazione. (Volendo, posso anche impostare dei filtri in modo da raccogliere automaticamente le mail negli appositi folder. Ma per ora preferisco farlo manualmente. Gli amanti dell’automazione totale potranno in ogni caso sbizzarrirsi…)

In questo modo ottengo una piattaforma di riferimento molto efficace, e soprattutto comoda e diretta. Provate anche voi questo mix.


Utilizza Delicious come Fonte di Ispirazione

Maggio 2, 2008

Delicious è forse il più famoso servizio di bookmarking web based. In sostanza si tratta di un blog personale dove postare segnalibri a pagine web, corredati da una nuvola di etichette (tags) e da una descrizione della pagina stessa. Le singole pagine vengono poi inserite in un database globale, così da trasformare il tutto in una sorta di grande motore di ricerca mediato da criteri “social”.

Da questo punto di vista, Delicious non è altro che una versione web del vostro browser preferito, con qualche funzione in più. Io per esempio uso una specifica estensione Firefox che mi permette di trasferire automaticamente nel mio account personale, con un semplice click e qualche notazione aggiuntiva, qualsiasi pagina web io stia navigando in quel momento.

Detto questo, possiamo usare Delicious in modo alternativo, trasformandolo in qualcosa di più? Vediamo alcuni possibili utilizzi in tal senso.

Delicious come Stimolo Creativo - In Delicious esiste un bookmarklet (cioè un pulsante che voi inserite nel vostro browser esattamente come un link) che si chiama “delicious randomizer” (ecco il link). Pigiando questo pulsante non fate altro che aprire una pagina a caso tra le pagine del grande database di Delicious. Uno strumento molto semplice ed efficace per produrre uno stimolo casuale per rinfrescare la fantasia! Ponete una domanda a voi stessi, concentratevi e clickate sul magico bottone. Il sito che comparirà casualmente getterà una nuova luce sulla vostra domanda.

Delicious come Fonte di Ispirazione Tematica - Abbiamo detto che Delicious aggrega i dati, cioè le pagine scelte dagli utenti, tramite un sistema piuttosto articolato di etichette. Annotando ed etichettando nel vostro account le pagine più interessanti relative agli argomenti di vostro interesse ottenete un database personale molto nutrito. In un secondo tempo, volendo scrivere, per esempio, un post nel vostro blog che parli di qualcosa di specifico, non dovete fare altro che richiamare il tag relativo all’argomento, leggere le pagine che avete salvato in Delicious, e lasciarvi ispirare. (Ovviamente potete anche creare un cosiddetto “linkpost”, cioè un post fatto di collegamenti a tutte queste pagine tematicamente affini.)

Per ottimizzare l’uso di Delicious, io consiglio caldamente di associarlo a un altro strumento che è Google Reader. Solo a Google Reader dovrei dedicare un post, ma qui basterà dire che si tratta, per chiunque di voi abbia un account Gmail, del più versatile Feed RSS Reader disponibile sul web (e recentemente anche offline, con l’integrazione Google Gears, ma questa è un’altra storia…) che io conosca. Attraverso questo lettore di feed io scorro con lo sguardo qualcosa come cinquecento e passa articoli giornalieri, tra post di blog e news di vario genere, suddivise per categorie. Quando capisco che qualcosa mi interessa, la evidenzio con una stella (basta un click) per leggerla in un secondo momento. Quando ho un po’ di tempo libero passo in rassegna le mie “starred news” e inizio a leggerle veramente. Quelle che ritengo interessanti sul serio, le inserisco su Delicious, scrivendo due righe di commento e assegnando le etichette che ritengo opportune.


Vantaggi e Modalità del Journal Log

Febbraio 6, 2008

Nell’ambito delle mie riflessioni sulla produttività, uno dei più grandi dilemmi sulla scrittura organizzativa è sempre stato quello della separazione tra due tipologie di testi: da un lato quelli da usare per agire (in primis liste di cose da fare e istruzioni miscellanee, comprensive di dati quali numeri di telefono, indirizzi e scorciatoie); dall’altro quelli da conservare per usi futuri (dai dati relativi a un contatto importante alle bozze del vostro primo romanzo).

I primi hanno tre caratteristiche fondamentali: sono numerosi e brevi, concettualmente da gettare una volta utilizzati (l’analogia è, se vogliamo, con alcuni file d’istallazione di un sistema operativo), e infine, non da ultimo, necessitanti di una notevole portabilità, essendo appunto vergati in movimento per facilitare situazioni altrettanto in movimento.

I secondi, all’opposto, sono poco numerosi, spesso lunghi, soggetti ad aggiornamenti ripetuti e corposi. Ma soprattutto sono testi da conservare, sia per ragioni ovvie (pensiamo appunto a dati certamente riutilizzabili in futuro) che per motivi di ragionevole presunzione (frasi del tipo “non so perché, ma questo dato lo devo ricordare” sono tipiche in questo senso).

La distinzione di cui sopra è piuttosto scomoda. I primi testi chiamano un supporto cartaceo economico ma robusto, che stia in una tasca ma che nel contempo sia capiente: e già qui possiamo già notare le prime contraddizioni e difficoltà a reperire qualcosa che faccia al caso nostro.

Quanto ai secondi, certamente sono più semplici da individuare (i robustissimi moleskine risultanto da questo punto di vista perfetti) ma, se vogliamo conservare tutto in un luogo unico, visto che spesso e volentieri le idee arrivano in una volta, snocciolando tanto potenziali stralci di romanzi quanto liste di cose da fare, allora il “supporto unico” comincia a diventare veramente nebuloso e difficile da concepire sul mercato.

Come posso trovare una piattaforma di scrittura che sia grande e piccola, elegante ed economica, “usa e getta” e conservativa nello stesso tempo? Semplice: questa piattaforma non esiste. Dobbiamo rinunciare? No. Dobbiamo applicare una logica creativa e agire sul setting del problema.

Cosa succederebbe se, invece di adottare una soluzione perfetta, adottassi due soluzioni: una imperfetta, e l’altra perfetta per risolvere l’imperfezione della prima? Succederebbe che avrei ugualmente risolto il problema di cui sopra.

L’imperfezione sta nello stivare tutto, ma veramente tutto, in un notebook unico di caratteristiche intermedie: abbastanza portabile, abbastanza elegante, abbastanza capiente, etc… La soluzione all’imperfezione sta nel porsi una domanda - ancora una volta - creativa: siamo veramente certi che i testi da buttare siano veramente da buttare? Forse no. Forse i miei scarabocchi organizzativi sulle cose da fare durante una giornata, se riletti, possono fornirmi ispirazioni per migliorare il mio modo di organizzarmi, per mappare l’evoluzione nel mio comportamento organizzativo, e per chissà quante altre cose. Forse, dunque, la distinzione con cui ho aperto questo post non è così perentoria e può essere adattata e modellata, per non dire eliminata.

Ho chiamato questo genere di notebook Journal Log, perchè funziona appunto come un log, cioè come un file che mantiene traccia di tutto giorno dopo giorno, per non dire, ove possibile, minuto dopo minuto. Pensiamolo come un diario ampliato.

Ecco qui alcuni consigli per ottimizzare l’uso del vostro Journal Log personale:

  1. Usatelo come centro di smistamento informazioni e ubicazioni nella realtà. Cioè: se avete informazioni dislocate anche in un pc, annotate collegamenti a quel pc; se utilizzate di fatto l’automobile come inbox improprio contenente carte varie e oggetti utili, scrivete che la tal cosa da fare il tal giorno necessita di quel documento che avete messo nel vano del cruscotto; e via discorrendo… Il vostro JL è il punto di riferimento: se non trovate qualcosa, cercate lì il filo d’Arianna che a quella cosa può condurvi. (Potete anche incollare stampe di file e foto sulle pagine!)
  2. Sperimentate più supporti, ma con disciplina. L’eleganza è un concetto, più che soggettivo, dato dal contesto. Di volta in volta può essere più elegante un quaderno coloratissimo nelle mani di un hippie più di una qualsiasi copertina di pelle griffata. Personalmente, mentre scrivo quello che ora leggete, sto usando un Moleskine di medio formato, che mi piace per la sua robustezza e semplicità. Costa un po’ di più, ok. Ma quanto costerebbe un palmare di ultima generazione?
  3. Scegliete una combinazione opportuna tra formato JL e Go Bag. Se il vostro JL è un quaderno formato A4 ad anelli, evidentemente il vostro Go Bag dovrà essere almeno uno zaino, piuttosto che una ventiquattrore. Diversamente, scegliete formati più esigui, fino all’identificazione con voi stessi (con un giubbotto multitasche, per esempio). Ricordatevi che il JL è un’entità portabile per definizione.

Ho parlato di cose molto simili a questa anche in Usi e Modi del Moleskine [via Pensatoio]. Dateci un’occhiata, specie per alcuni Tips & Tricks specifici.


RhodiaHipsterPDA

Novembre 11, 2007

Una delle mie personalissime ossessioni è quella dell’ipersemplificazione. Quando faccio qualcosa in un certo modo mi pongo sempre la stessa domanda: sarebbe possibile fare la stessa cosa meglio è più semplicemente? Ovviamente questa dinamica converge a un limite, ragionevolmente dettato da un’idea intuitiva di comodità ed efficacia sufficienti per quella cosa. Ma, in generale, giudico molto ciò che faccio, e mi muovo di conseguenza.

Poco tempo addietro ho acquistato un set di notes Rhodia Pad, di dimensioni A5 e A6, e li ho messi tutti in una scatola, non sapendo esattamente che farmene e in che modo. (Io sono abbastanza abituato a queste cose. Se sento che devo farlo, lo faccio. I frutti di solito arrivano. Magari con ritardo, ma arrivano. La creatività è solo un mezzo per accelerare questa raccolta.) Nello specifico, ciò che mi inibiva era la difficoltà nel gestire il “foglietto staccabile”, entità organizzativa affascinante, ma non banale, che, una volta staccata, vola via e si posa ovunque, acquisendo la giusta denominazione di “foglietto volante”.

Poi mi sono reso conto di una cosa. Il Rhodia Pad è in realtà una pila di fogli volanti già organizzata! La copertina arancione altro non è che un contenitore. I fogli ancora attaccati alla rilegatura sul lato corto in alto sono le carte ancora fresche. Quelli staccati costituiscono il database di quella specifica pila (che in ogni caso si può integrare con altri fogli, dirottandone a sua volta altrove). Cos’è allora il Rhodia Pad? Semplice: un HipsterPDA (straordinaria “invenzione” di Merlin Mann) a tutti gli effetti, e con qualche semplificazione in più; basta aggiungere una clip abbastanza grande, in basso, per mantenere tutta la pila serrata in un’efficace morsa di aggregazione dati.

Possibili usi del mio RhodiaHipsterPDA: creazione di un personale mazzo di carte stimolo, microprogetti “one sheet”, piccole mappe mentali (piuttosto che in forma di ricocluster), lista di prodotti biologici da comprare, lista di libri introvabili, mail da scrivere in futuro, dimenticatoio (idee e utopie nel cassetto), accumulatoio materiali monotematici (un unico pad, titolato, può contenere una quantità notevole di dati manoscritti), etc… Usatelo anche voi e fatemi sapere come vi trovate!

Link Indirettamente Collegati [via Creative Landscape]

Analogico VS Digitale: Idee per Integrarli
Metodo GISA: Modestamente Mio (e Gratis)


MindMapping VS RicoClustering

Novembre 8, 2007

Scrivo questo post a corollario di un interessante ed esaustivo articolo di Sacha Catalano sulle mappe mentali. L’articolo citato spiega già abbondantemente cosa siano le mappe mentali e a cosa possano servire. Quello che volevo fare io è aggiungere una tecnica alternativa, che in certi casi può essere più efficace e specifica: il ricoclustering.

Io di solito, per fare mappe mentali, utilizzo un software molto noto che si chiama MindManager. Preferisco il software perchè, con carta e penna (e pennarelli vari), le mie mappe mentali risultano difficoltose da vergare, forse perchè la disciplina delle mappe mentali stesse richiede quell’ordine di pensiero che solo un software automatizzato può restituire.

Con MindManager, infatti, non scrivo direttamente qualcosa, ma edito un concetto in qualche modo già espresso nelle sue articolazioni, dandone una versione graficamente accattivante e facilmente condivisibile, per esempio con un team di lavoro. Le mappe mentali, per la loro chiarezza espositiva, sono infatti perfette per comunicare concetti complessi al vasto pubblico, senza spreco di tante parole.

Ma per elaborare direttamente un’idea ho bisogno di allontanarmi dal pc, ragionando con carta e penna. E per fare questo preferisco, come detto, la tecnica alternativa di cui sopra, che ora vado a spiegare nel dettaglio.

La tecnica è molto semplice, e non è ovviamente escluso che qualcuno di voi, intuitivamente, già la utilizzi nei suoi appunti.

1. Si scrive una parola, piuttosto che una frase, al centro di un foglio abbastanza grande, e la si contorna con un cerchio.

2. Si scrive vicino al primo cerchio una seconda parola/frase, in qualche modo legata alla prima per libera associazione, piuttosto che per uno specifico ragionamento, e la si contorna allo stesso modo, collegandola con una stanghetta al primo cerchio.

3. Leggendo le parole/frasi all’interno dei primi due cerchi, si aggiunge un’ulteriore parola/frase cerchiata, collegandola con due stanghette ai primi due cerchi. E si continua così, leggendo tutte le cose scritte e collegandole a tutte le altre in una sorta di “rizoma” ipercomunicante.

Percorrendo con lo sguardo tutti i collegamenti possibili si creano catene percettive che stimolano incredibilmente la creatività. Provatelo anche voi!


Cinque Idee intorno ai Villaggi d’Apprendimento

Ottobre 20, 2007

Cos’è oggi il personal computer? Se connesso al Web, magari in modo abbastanza veloce da poter accedere agevolmente a procedure che sarebbero altrimenti difficoltose (download di file pesanti come video, musica, immagini iso di cd e dvd per l’istallazione interi sistemi operativi, eccetera…), esso è a mio avviso un potente strumento di comunicazione; nè più e nè meno di questo. Come strumento di comunicazione, esso collega individui, e il collegamento è ovviamente informativo. L’unica differenza con i sistemi del passato e che oggi l’informazione si è resa molto più articolata, e profondamente caratterizzata anche dal punto di vista estetico, tanto da individuare scenari ambigui. Sullo sfondo si staglia una domanda che appare oggi come il vero territorio inesplorato della contemporaneità: visto che la rete è ormai un mondo a tutti gli effetti, fatto di soggetti, relazioni e interazioni multiformi, quali rapporti possono intercorrere tra questo mondo e quello reale?

Da un punto di vista strettamente strutturale, non è che il cosiddetto Web 2.0 sia chissà che articolazione di servizi. In definitiva, a meno di vesti grafiche esteticamente rilevanti, la rete Internet fornisce oggi tre grandi categorie di strumenti, variamente aggregati e integrati in piattaforme e combinazione di software: messaggistica privata (email), messaggistica pubblica (blogging e simili), sottoscrizioni di messaggistica pubblica (feed RSS). Tutto qui? Sì, tutto qui. Se ci pensiamo è veramente tutto qui. La rete altro non è che un groviglio di collegamenti tra pagine di messaggistica privata e pubblica, con la possibilità di ricevere notifiche automatiche relative a quella pubblica. Un blog è messaggistica pubblica, con possibilità di sottoscrizione da parte dei soggetti interessati. Un blog privato è messaggistica privata: infatti si accede su invito, tramite messaggistica privata classica (email). Un wiki può essere messaggistica pubblica se pubblico, privata se privato; un wiki può anche designare più autori, sempre attraverso messaggistica privata, e trasformarsi in una piattaforma di collaborazione pubblica, piuttosto che privata. Un messenger è una forma veloce di messaggistica privata. E via così…

Qualsiasi cosa si possa affermare intorno a questa grande tematica, non è a mio avviso possibile prescindere da una considerazione di fondo: passando da un territorio virtuale a uno reale, le cose cambiano di molto. Ovvio e banale? Certo, eppure, nonostante l’ovvietà e banalità della cosa, in molti continuano a porsi il quesito di cui sopra. Gli spazi del territorio, per quanto circoscritti, porgono un grado di gestibilità lontano anni luce dall’analogo virtuale. Inviare un file in America è facile. Organizzare una cena tra blogger padovani e veronesi è difficile. Allestire un portfolio virtuale di fotografie e farlo conoscere a tutto il mondo che utilizza il web è facile. Allestirlo nella realtà e avere gente che viene a vederlo è difficile. Se la mappa non è il territorio, allo stesso modo l’informazione non è la realtà, e oggi il web ci permette di aggregare automaticamente informazioni inerenti a mondi reali che, per distanza, differenza e struttura, non potranno tuttavia mai essere aggregati in un territorio circoscritto.

I grandi quadri concettuali, però, mi interessano solo fino a un certo punto, perchè solo fino a questo punto sono utili. L’ideale è porsi obiettivi concreti, e per questo ho cercato dunque di rispondere alla domanda attraverso alcune possibili idee da sviluppare. In sostanza, dando per scontata una percezione abbastanza precisa delle potenzialità attuali e prospettiche del Web, quali possono essere i filoni progettuali più stimolanti?

1. Gruppi di Interazione Territoriale. Supponiamo che, all’interno di un territorio di riferimento specifico e piuttosto circoscritto, senza essere eccessivamente piccolo (per esempio una città di media grandezza, un asse stradale importante, una piccola rete di comuni, etc…), riesca ad aggregarsi una community di utilizzatori evoluti (piuttosto che facilmente evolvibili) rispeto allo strumento del Web, mantenuti in connessione dai rispettivi scambi mediati dalla rete (forum, blogging, social networking e combinazioni di questi). Supponiamo anche che all’interno di questo gruppo sorgano dei sottogruppi con interessi comuni, e che tali interessi individuino nell’azione sul territorio un tema centrale per il miglioramento relativo allo specifico interesse in questione. Se la disponibilità del Web fosse determinante per definire un valore aggiunto rispetto alla sua assenza, si avrebbe un gruppo che interagisce integrando azione sul territorio e interazione a distanza. Di solito, infatti, avviene il contrario: un gruppo si costituisce nel territorio in relazione a un tema (quasi sempre lo studio e il lavoro, a tutt’oggi mi pare gli unici che giustificano un impegno e relativo investimento a fini formativi), e poi vengono implementati gli strumenti per risolvere le questioni relative a quel tema; mentre in questo caso si determinerebbe prima lo strumento operativo, e poi il contenuto, con la differenza di avere già a disposizione un’esperienza operativa pronta all’uso, e la possibilità di declinarla in più contenuti.

2. Protocolli Analogici di Interazione Digitale. Diciamoci la verità. Molti di noi lavorano con persone che, indipendentemente dal loro valore, che ovviamente può essere ed è grandissimo, sanno a malapena usare un client di posta elettronica, conoscono solo gli applicativi Excel e Word (che magari usano senza una minima decenza di formattazione) e quanto a connessioni di social networking forse conoscono solo le chat line. Ora mi chiedo: vale veramente la pena sottoporre tutti, ammesso e non concesso che sussistano i presupposti minimi di tempo e risorse per farlo (cosa per cui nutro seri dubbi), a ripetute sessioni formative sull’uso dei nuovi media? Io penso di no. Penso che chi scrive ancora i libri con la sua Royal del 1955 debba continuare a farlo, salvo precise motivazioni personali ad integrare tale abitudine con la videoscrittura. Detto questo, è possibile costruire delle procedure per permettere anche a loro di interfacciarsi con noi? Fax e telefonia possono essere i grandi protagonisti di questo filone. Possiamo ricevere e inviare telefonate direttamente con il pc con tecnologia VOIP, anche da e verso numeri tradizionali. Un progetto del genere potrebbe aprire molte vie per la comunicazione intergenerazionale, e rendere più efficace la tecnologia stessa.

3. Organizzazioni Virtuali. Attraverso suite di applicazioni accessibili tramite il Web e condivisibili attraverso facili procedure di sharing è attualmente possibile la totale virtualizzazione di un ufficio. A ben vedere, se utilizzassimo appieno le tecnologie messe a disposizione dalla rete, le nostre strade sarebbero molto meno interessate dal traffico. Pensateci bene! Non esiste a tutt’oggi documento che non possa essere condiviso via Web, e facilmente modificato a più mani (penso a Google Docs & Spreadsheets, ma ci sono anche altre suite interessanti). Telefonate e videoconferenze possono essere tranquillamente implementate tramite pc, webcam, microfono e cuffie. Applicazioni particolari (tipo 8 Apps) permettono addirittura di condividere sessioni di creatività intensiva, con strumenti grafici simili alle mappe mentali e agli storyboard. Ed è noto come oggetti organizzativi quali agende e calendari possano essere ugualmente utilizzati entro una logica di team. Insomma: gli strumenti ci sono, ma mancano le persone che li utilizzano, e le nostre città sono ancora piene di gente che si sorbisce chilometri di coda ai caselli per spostarsi fisicamente da A a B per ragioni di lavoro. Ha senso tutto questo? Io penso di no. Un’organizzazione virtuale potrebbe essere un’organizzazione già esistente che si virtualizza, piuttosto che un gruppo virtualizzato preesistente che si propone scopi propri di un’organizzazione.

4. Petizioni Telematiche. Attraverso varie risorse, tra cui un sito tutto italiano che si chiama Live Petitions, è possibile effettuare raccolte di firme. In tal caso un gruppo promotore, e al limite un’unica persona, può avvalersi di risorse extraterritoriali per raggiungere obiettivi entro uno specifico territorio. Uno strumento molto interessante per la democrazia partecipativa.

5. Redazione Documenti a Più Mani. Non affermo certo una novità, ma, a parte la celeberrima Wikipedia, non penso che la redazione a più mani di un documento (si tratti di una pagina web, piuttosto che di un file in quanto tale, come un foglio di calcolo, una presentazione, un testo) si sia molto sviluppata. Eppure gli strumenti ci sono. Probabilmente non è opportuno che a un documento partecipino troppe persone: non tutti possono avere una spiccata propensione alla corretta ed armonica formattazione e impaginazione. Tuttavia in alcuni casi penso che strumenti come Google Docs & Spreadsheets, piuttosto che Writeboard, insieme ad altri colleghi più orientati al sistema wiki, come StikiPad, possano veramente rivoluzionare la collaborazione telematica di stesura. Alcuni esempi d’uso (in questo caso di Writeboard, ma applicabili ovunque) possono essere letti qui. Cosa manca? Semplice: l’interesse a usarli per chi li sa usare; e la capacità di usarli per chi avrebbe interesse a usarli. Ritengo che l’utilizzo più interessante sia relativo alla scrittura di un testo da parte di due autori.

Ancora una volta, se avete idee in materia, potete scrivermi direttamente, piuttosto che commentare. Se poi bazzicate i territori veneti, sapete dove siamo.


Tre Straordinari Usi per Google Docs

Settembre 22, 2007

Google Docs è un ottimo strumento per scrivere testi lunghi a partire da rapide illuminazioni che si accumulano nel tempo. Essendo un word processor web based, ci permette di scrivere accedendo comodamente dal nostro browser, mentre stiamo lavorando in ufficio, senza appesantire il disco fisso e avendo la possibilità di accedere da qualsiasi postazione in rete. Io sto parecchio sul web, e per me è una cosa estremamente semplice; ma se ho qualche foglietto volante in tasca non cambia di molto: posso trascriverlo in un secondo momento, sapendo di poterlo modificare in altri luoghi connessi. Con il tempo ho trasformato Google Docs in un’efficace abitudine di scrittura.

1. Aforismi personali. Ogni volta che sento di dover annotare un comportamento opportuno da osservare in futuro, scrivo immediatamente due righe nel primo luogo a disposizione, per poi incrementare in Google Docs il mio personale libro di aforismi. Tramite una sistematica rilettura dello stesso, ho modo di esercitare e mantenere delle buone abitudini.

2. Blogging. Tramite alcune semplici modifiche delle impostazioni possiamo attivare l’opzione di pubblicazione automatica nel nostro blog (la funzione che sto usando esattamente ora per questo stesso blog, Giardino Pitagorico, in WordPress, anche se sono presenti numerosi altri server). Probabilmente, se solitamente scrivete post molto brevi, questa modalità vi sembrerà abbastanza inutile. Ma se scrivete veri e propri articoli, e in ogni caso testi da revisionare più volte prima della pubblicazione definitiva, senz’altro Google Docs farà per voi.

3. Scrittura organizzativa. Più si scrive e più è difficile individuare un sistema che consenta di ritrovare l’informazione. I moderni sistemi informatici si sono orientati in un sistema misto, fatto di tre componenti fondamentali: contenitori, etichette, motori di ricerca. Il sistema più classico è quello dei contenitori, che sia in informatica che nella vita reale sono delle “cartelle”. Il guaio è che a un certo punto ci si è resi conto che un dato documento (e questo rappresenta uno dei principali difetti dell’analogico sul digitale) poteva stare contemporaneamente su più di una cartella, riguardando magari intersezioni complesse di concetti. A fronte di questo, vengono dunque utilizzate etichette, e addirittura ricerche testuali, per stivare l’informazione in modo da poterla sempre ritrovare con facilità. Ebbene: manco a dirlo, Google Docs ha tutte queste caratteristiche, e diventa perfetto per raccogliere e catalogare con efficacia operativa ogni tipo di informazione. Tanto per fare un esempio, un metodo magnifico per il Getting Things Done.

Dimenticavo. Google Docs permette anche modifiche multiautore. Quanto detto sopra, quindi, può assumere facilmente delle prospettive multidimensionali, in stile wiki. Interessante, no?

Se avete anche voi degli usi particolari di Google Docs, scrivetemi una magnifica mail.